Tessitore di relazioni
Mi è stato chiesto un ricordo di Don Raffaele.
Ma quando mi sono messo a tavolino, mi sono reso conto che non mi era così facile di ripercorrere i ricordi. È passato tanto tempo e così rapidamente; di tante persone care rimane l’affetto e la gratitudine, ma i ricordi fanno ressa, si accavallano e si confondono.
Conobbi Raffaele negli anni del Seminario. Quando io entrai, lui era già al liceo e non vi erano contatti tra le classi che componevano la comunità.
La sua figura però emergeva sia per la statura sia per il ruolo che li copriva: era cerimoniere e questo incarico faceva sì che fosse lui a istruire noi più piccoli sulle cerimonie in cattedrale.
Era abitualmente allegro e, per i tempi, chiassoso. Ricordo in particolare le gite che si facevano ogni anno in visita a qualche Santuario e alle città sul percorso. In pullman don Raffaele teneva banco per ore, parlando, cantando e tenendo tutti svegli e allegri.
Poi ci fu a sua ordinazione e per qualche tempo ci siamo persi di vista. L’ho ritrovato da prete, quando fui inviato viceparroco a Vigarano Mainarda mentre lui stava nella parrocchia accanto, a Vigarano Pieve. Allora abbiamo ripreso a frequentarci e ricordo mi fu molto vicino nei primi anni del mio ministero: due anni nei quali mi insegnò a guidare e potei prendere la patente. (Lui le patenti le aveva tutte; acquistò un vecchio pullman per portare in gita i suoi parrocchiani).
Fu dopo la sua esperienza missionaria in Africa, dove stette poco, perché era diventata necessaria la sua presenza in parrocchia, data la malattia e poi la morte del parroco, già molto anziano.
Era un uomo buono. Profondamente buono. Aveva un carattere affettivo ed era uno straordinario tessitore di relazioni.
La sua vita sacerdotale l’ha trascorsa quasi per intero a Vigarano Pieve e nessuno più dei suoi parrocchiani può testimoniare la sua ricchezza interiore, la prossimità che sapeva offrire a chi era nel bisogno e la rettitudine della sua persona.
Alla fine del 1991, io lasciai la Diocesi e non lo vidi più per oltre trent’anni, anche perché i miei ritorni a Ferrara erano brevissimi e rari.
Lui tuttavia restò per me il contatto con la Diocesi: mi mandava puntualmente l’augurio per il compleanno e mi dava notizia quando veniva meno qualche sacerdote comune amico.
Lo rividi di recente, a Ferrara, in cattedrale: camminava a fatica reggendosi sulle grucce; erano le conseguenze del male che lo aveva colpito.
L’ultimo messaggio che ho ricevuto da lui è del 15 giugno scorso in risposta al mio augurio di pronta ripresa; era in ospedale, mi mandò una sua foto dal letto e un messaggio: «Grazie… Probabilmente sono vicino allo STOP». Ha scritto «stop» tutto maiuscolo!
Lui che era stato sempre così loquace e incline allo scherzo e pronto a demitizzare i problemi, alla fine era diventato essenziale: l’uomo vero dietro il suo fare sempre allegro. Il segno di una vita con i piedi per terra e la mente nel Signore.
Padre Daniele Libanori